Il
sorriso nell'arte
Rassegna di disegno umoristico a cura di Armando
Ginesi
LEONARDO
CEMAK
Un
umorista non si riconosce tale.
Figurarsi io che non mi riconosco tale.
Palazzo del Rettorato Piazza Roma 21, Ancona
dal 10 giugno al 3 luglio 2004 tutti i giorni,
esclusi i festivi dalle16.30 alle 19.30
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L'interpretazione
del sorriso
Il sorriso
è da sempre un ambiguo ma inequivocabile, attraente segno di
umanità. Nell'arte, sale subito agli occhi della mente il sorriso
misterioso della Gioconda che assomiglia all'espressione pacata di tanti
personaggi e coniugi etruschi ritratti sui sarcofagi fittili. Eppure
non può certo dirsi che l'arte abbia privilegiato il sorriso,
se non quello della natura. E pure, quanta grazia, quanta umana partecipazione
trasmette l'arte quando ha intenti umoristici, o quantomeno di sdrammatizzazione
del reale.
Intendiamoci: l'umorismo, oltre a stemperare le ansie del presente,
è spesso un modo per segnalare i paradossi dell'umanità,
o meglio della convivenza e dei comportamenti sociali. Per questo attrae
e lusinga la sensibilità soprattutto dei giovani.
Ed è per questo che con il professor Armando Ginesi abbiamo stabilito
di dedicare il terzo ciclo espositivo della nostra Università
proprio all'umorismo nell'arte. Ma questa volta, alla mostra personale,
si affiancherà un incontro con il pubblico giovane (e non), dedicato
in particolare ai nostri studenti, nel quale ogni artista, di volta
in volta, potrà raccontare la propria esperienza creativa e condividere
con il pubblico le idee e gli spunti, le motivazioni profonde e le occasioni
che hanno generato le opere da lui scelte per il ciclo espositivo dell'Università
Politecnica delle Marche.
Prof.
Marco Pacetti
Rettore dell'Università Politecnica
delle Marche
Le radici dell'umorismo
Mi
è capitato tante volte, scrivendo di umorismo, di citare il pensiero
di un grande sociologo della conoscenza, l'austriaco Peter Berger, allievo
di Alfred Schütz, dunque appartenente alla scuola che ha mediato
tra il metodo fenomenologico di Edmund Husserl e quello sociologico
di Max Weber.
Costui, nel libro "Il brusio degli angeli", ricercando nella
condizione umana i segni della trascendenza, sostiene di rintracciarli
anche in alcuni gesti dell'uomo che egli definisce "prototipici",
ovverosia in certi atti o esperienze comuni e ripetuti che sembrano
esprimere l'essenzialità dell'essere umano. Tra questi gesti
- o atteggiamenti - Berger colloca l'umorismo il quale nasce dalla percezione
della sproporzione che esiste tra l'uomo e l'universo, tra l'uomo e
la società, riflettendo l'imprigionamento dello spirito umano
nel mondo (anche per Freud e per Bergson l'umorismo nasceva dalla percezione
d'una sproporzione fondamentale). Sicché il riso relativizza
questa condizione, rivela la verità finale dell'uomo e l'illusoria
pretesa di eternità dei poteri di questo mondo.
In effetti l'umorismo è come se aprisse all'uomo uno spiraglio
da dove in qualche modo il suo spirito fluisce in parte verso la dimensione
dell'infinito ed in questo senso compie un atto fortemente liberatorio.
Cosa che, del resto, è propria anche del pianto ed è per
questo che - dice ancora Berger - "come è stato osservato
più e più volte sin dall'antichità classica, commedia
e tragedia sono in fondo strettamente connesse: l'una e l'altra non
fanno che esemplificare la finitezza dell'uomo o, se si vuole dirlo
alla maniera degli esistenzialisti, la sua condizione di deiezione".
Che l'umorismo nasca da una contrapposizione (tra l'uomo e l'universo,
tra l'uomo e la società) è stato in sostanza anche il
pensiero di Luigi Pirandello secondo il quale esso è "il
sentimento del contrario". Il possesso di tale sentimento conduce
alla trasgressione e l'umorismo è sicuramente trasgressivo, dal
momento che si manifesta come il contrario del senso comune, di quella
che i greci chiamavano doxa. Ponendosi al di fuori o contro di essa,
l'umorismo entra automaticamente nella sfera del paradosso. Dal momento
che quest'ultimo è un ambito specifico dell'arte, ne consegue
che l'umorismo va inteso, a pieno diritto, componente del linguaggio
artistico e perciò inserito in un contesto elevato, quale è
quello estetico, che non è proprio di tutti gli esseri viventi
ma soltanto dell'uomo al quale è stato concesso di produrre arte,
di ridere e di sorridere (così come di avere la percezione opposta
del tragico attraverso, per esempio, la consapevolezza della morte che
soltanto a lui appartiene).
L'umorismo ha radici antichissime. Scandagliando nell'area dell'espressione
visiva, possiamo rinvenirne le tracce prodromiche nei vasi fliacici
del V secolo a. C. i quali offrono un campionario colorito della farsa
italiota; nelle rappresentazioni etrusche demonologiche successive al
IV secolo a. C.; nei graffiti di scherno anticristiani del III secolo
d. C., per poi continuare nelle figure grottesche medievali, negli studi
caricaturali di Leonardo, di Annibale e Agostino Carracci, di Giambattista
della Porta, del Guercino, di Jacques Callot, del Bernini, di Pierleone
Ghezzi (campione dell'arguzia), di Giandomenico Tiepolo, di Daumier,
di Toulouse-Lautrec di Felicièn Rop, di James Ensor, di Grosz
e così di tanti altri artisti delle avanguardie storiche, delle
postavanguardie e delle neoavanguardie, fino ai giorni nostri.
Questo per dimostrare come l'umorismo (espresso nei suoi vari generi:
grottesco, arguzia, caricatura, satira e via dicendo) sia stato da sempre
appannaggio dell'arte e tema affrontato dagli artisti visivi propriamente
detti. Poi, a partire dal XVIII secolo e dalla nascita delle Gazzette,
si è dato vita ad un genere di illustrazione definito "vignetta"
con lo scopo dapprima di alleggerire visivamente la pagina del testo
e poi di autonomamente "raccontare" porzioni di verità,
fra cui quella di natura umoristica.
L'umorismo è una grande risorsa della cultura e della democrazia.
Sotto la forma della satira esso estrinseca il famoso principio latino
del castigat ridendo mores e dunque si carica di valenze etiche. Rappresenta
la volontà di dire, sorridendo o ridendo, quel che va detto per
esercitare il controllo verso chi gestisce qualsiasi potere: è
per questa ragione che i sistemi totalitari non lo amano ed anzi lo
contrastano fino a perseguitarlo.
Dunque la nostra iniziativa di gettare uno sguardo su un segmento significativo
dell'umorismo italiano (quello che, a nostro giudizio, di più
risulta contraddistinto da una vena culturale sottesa), oltre ad invitare
al sorriso - che è un esercizio salutare per l'anima e per il
corpo, come ben sa la saggezza popolare quando afferma che "il
riso fa buon sangue" - induce ad affrontare criticamente la realtà,
dunque a pensare a fondo e pertanto contribuire al formarsi e al consolidarsi
delle coscienze civili.
Armando
Ginesi
L'ironia della doppia semantica
Prima
che la bambina apparisse nel suo universo iconografico -cioè
fino al 1987, anno in cui il personaggio dell'adolescente fa la sua
comparsa, dapprima sulle pagine dell'"Unità" e, subito
dopo, su quelle di "Repubblica"- Leonardo Cemak calava i suoi
"omini calvi" in un'atmosfera rarefatta, simile al vuoto,
al di fuori del tempo, metafisica. Anche con il sopravvenire del nuovo
elemento narrativo, l'ambientazione, sia fisica che mentale, rimane
ancorata ai moduli della sospensione temporale e gli attori della vignetta
si muovono sempre circondati dal nulla della solitudine e dal silenzio
derivato dall'annullamento dei suoni e dei rumori, ma ora l'abbinamento
uomo-fanciulla crea un'atmosfera vagamente inquietante (appena appena
perversa) la quale introduce, sulla scena, un refolo, ancorchè
molto lieve, di dinamismo.
Le quali cose collocano il dire umoristico di Cemak all'interno d'una
dimensione culturale di sapore mitteleuropeo che ricorda Franz Kafka
e anche -come è stato scritto- Karl Kraus e l'opera pittorica
di Tadeus Kantor. Forse è anche questa l'eredità cromosomica
e culturale che a Cemak ha lasciato la madre, cittadina polacca ma nata
nella provincia di Leopoli, quindi in Ucraina, paese annesso, nel 1772,
all'impero austro-ungarico, prima di passare, in virtù degli
accordi di Postdam del 1945, all'Unione Sovietica.
Dunque fino al 1987 i protagonisti delle vignette del nostro autore
erano gli "Omini calvi": tutti uguali, quasi fossero clonazioni
di se stessi, rappresentavano una metafora dell'umanità.
Tutti gli autori che hanno scritto di Cemak (a partire da Federico Zeri)
hanno ricordato il suo antecedente iconografico primo, quel Giovanni
Battista Conti che, sul finire degli anni Venti, ha disegnato, per conto
di Mons. Alceste Grandori di Viterbo, le immagini per un corso di educazione
religiosa popolare. L'editore Mazzotta ha poi pubblicato, nel 1974,
la raccolta sotto il titolo di "I fumetti del papa". Il segno
chiaro, preciso, pulito, immediato di Conti, con tutte le caratteristiche
del suo tempo riassumibili nel paradigma dell'Art-Deco a sua volta richiamantesi
al più illustre e precedente esempio del Liberty, rivissute da
Cemak dopo la ripubblicazione di Mazzotta, sono state un suo preciso
punto di riferimento. L'apparizione dell'adolescente, soprattutto agli
inizi, ne è la chiara dimostrazione: ella sembra una figura da
calendario popolare, disegnativamente dotata di fresca ed immediata
capacità comunicativa, con la fisiognomica e l'abbigliamento
tipico del primo trentennio del secolo XX. Oggi, nei disegni più
recenti, la bambina cemakiana si è parzialmente modificata, assumendo
le fattezze, più che il look, proprio d'una civiltà della
comunicazione che ha conosciuto e assimilato il fumetto, la Pop-Art
e la televisione.
Da adolescente casta, pudica, vestita con abiti castigati, "candida
e maliziosa", è diventata un po' teenager, più maliziosa
che candida, qualche volta prossima alla sfrontatezza, soprattutto per
lo sguardo non più rivolto a terra ma puntato sugli occhi dell'osservatore,
come si conviene ad un'adolescente moderna.
Ha scritto Alberto Pellegrino che Cemak è "maestro dell'ambiguità":
ebbene, proprio in questo risiede la sua grandezza. Il suo umorismo,
di natura sottilmente letteraria, riconduce al filone critico lieve
e farcito di sottintesi (perciò più penetrante e fine
dell'esplicitazione volgare della pornografia). L'ambiguità della
bambina prima versione, per esempio, è totale, con quel suo modo
di essere "candida e maliziosa", con quell'esteriorità
da "bambina per bene" che cela un'interiorità fremente,
tracimante di curiosità e di turbamenti nonché di conoscenze
delle segrete cose che sono molto più numerose di quel che vorrebbe
dare ad intendere.
Come anche l'ambiguità del doppio senso verbale sul quale Cemak
costruisce l'ossatura del suo linguaggio. Che è un linguaggio
in cui segno e parola sono inscindibili, elementi basilari della poetica
della doppia semantica dalla quale deriva la sua sottile, letteraria,
intelligente ironia che, al di là della nitidezza e della semplicità
comunicativa del segno pulito e netto, è molto più cerebrale
di quel che può sembrare a prima vista.
Segno e parola in perfetto equilibrio. L'ultima è resa visibile
attraverso il fumetto che entra nella composizione grafica come necessità
didascalica ma anche come componente strutturale. Il che ci dice che
Cemak è incline alla narrazione mediante il genere delle comic
strips. Ma questo è altro discorso.
Per concludere: ricordiamo che Leonardo Cemak è anche pittore
(chi scrive ha avuto il piacere di presentarlo in questa veste, nella
quale egli eccelle per la capacità che ha di dare voce al silenzio
e al mistero) ed ha voluto, per questa mostra, trasferire in opere dipinte
una ventina di quelle che sono normalmente le scene disegnate per le
vignette. Dunque una novità, certamente degna di rilievo.
Armando
Ginesi

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